MuDApp & Territorio
E’ difficile fare le cose difficili, ma c’è speranza se questo accade a Lacedonia
dott. Luigi d’Aponte, sociologo & antropologo, Curatore Scientifico “MuDApp”
Sono cartoline illustrate. Reperti dell’epoca delle vacanze analogiche.
Concentrate lo sguardo sull’ultima immagine:quei “Saluti da Lacedonia” bastano da soli a spiegare perché “è necessario” il MuDApp; non possibile o contingente, ma necessario.Le cartoline illustrate hanno raffigurato per oltre un secolo la quinta scenica della rappresentazione idealistica di luoghi, “biglietti da visita” spediti per il mondo dove insieme ai saluti del mittente veniva veicolata e trasmessa anche l’autorappresentazione delle comunità umane che quei luoghi abitavano. E quando ci si fa fare un ritratto sono le cose che consideriamo di noi migliori quelle che preme mostrare.In quei “Saluti da Lacedonia” c’è anche il “De Sanctis”, insieme a chiese, campanili, piazze e strade; la Scuola dunque come qualcosa di bello, rilevante, considerevole, d’interesse storico e architettonico.
La Scuola come Bene Culturale.
Non è un’affermazione di principio ma la realtà documentata (e illustrata) del sentire emozionale della comunità lacedoniese nei confronti del suo Istituto Scolastico:
qualcosa di bello, rilevante, considerevole, d’interesse storico e culturale da preservare e raccontare.
Che è esattamente la mission istituzionale del MuDApp, con l’aggiunta fra il “preservare” ed il “raccontare” dell’attualizzare: il passato che aiuta a comprendere il presente per progettare il futuro.“Cento e più Oggetti, Mille e più Storie”.E’ più del payoff del MuDApp, è la sua identità:
un’ampia e variegata collezione di beni didattici (di tipo scientifico, tecnologico, naturalistico, geografico, matematico, musicale), oltre che di beni librari, di beni archivistici, di beni materiali, tutti custoditi dentro un bene architettonico qual è la stessa sede centrale dell’Istituto “De Sanctis”. Beni testimonianze di un modo di “fare Scuola” che, dalla fine dell’Ottocento ai primi anni Novanta del Novecento, ha posto in essere modalità di apprendimento che oggi definiamo “situate”: osservare l’oggetto di studio dal vero, toccarlo, usarlo, comprenderlo per il tramite di un’esperienza diretta condotta dentro un “ambiente d’apprendimento” strutturato per esserlo.
Di ognuno dei beni di cui siamo custodi abbiamo costruito e raccontato la storia, per parole e immagini:
quando è stato prodotto, da chi, come funzionava, come si usava, cosa spiegava.
Sarà presto possibile anche utilizzare quegli oggetti ancora integri (o facilmente riparabili) e funzionali: maneggiare, sperimentare, apprendere.
Ma si potranno toccare con mano anche quelli non integri, apparentemente inutilizzabili, che grazie a percorsi didattico-laboratoriali di matrice artistica contemporanea troveranno una loro nuova funzionalità educativa: Ricicla / Rifunzionalizza / Riusa: le “3R” della nostra “riconversione didattica”.
E prestiamo anche orecchio, dando poi voce, alle tante altre storie che ciascuno degli oggetti della collezione del MuDApp ci sussurrano: estensioni semantiche interdisciplinari divulgate secondo modelli narrativi transmediali che fungono da strumenti e opportunità di approfondimento conoscitivo tanto per i docenti che per i discenti, così come per il visitatore comune.
Con stupore e meraviglia.
Così ho emozionalmente vissuto il mio primo incontro visuale con il patrimonio di beni del MuDApp.
Oggetti che m’incuriosivano, di alcuni ignoravo anche l’esistenza o non ne conoscevo a fondo usi e funzioni, i più erano intrinsecamente belli da vedere, tutti stimolavano la mia immaginazione: un microcosmo di conoscenza fatto di centinaia di particelle di sapere ognuna disvelatrice di un piccolo segreto dell’universo mondo.
“E’ come una Camera delle Meraviglie…”, ho istantaneamente pensato e con enfasi esclamato. E quando da una delle vetrine espositive semiaperta ha fatto capolino un “Caimano dagli occhiali” a fauci aperte, ogni dubbio era fugato:
Wunderkammer del contemporaneo sarà il nostro suggestivo riferimento allestitivo e comunicazionale.
Mirabilia: naturalia e artificialia.
Senza meraviglia non c’è conoscenza: mi stupisco, percepisco attraverso i sensi, comprendo per il tramite della ragione grazie ad un patrimonio di oggetti che alimenta la fantasia, stimola la curiosità intellettuale, testimonia il passato e lascia interpretare il presente.
La Storia a volte fa giri strani, significativamente lunghi, ma spesso ritorna:
la prima rappresentazione a stampa di una Wunderkammer fu realizzata in Campania, a Napoli, nel 1599.
Raffigurava l’allestimento della collezione privata di Ferrante Imperato, uno fra i più eccelsi “Speziali e Aromatarii” (gli attuali medici farmacisti) napoletani, che già nel 1566 aveva avviato una prima sistemazione espositiva delle proprie raccolte scientifiche, inaugurando di fatto una fra le prime “Camere delle Meraviglie” d’Europa.
Imperato spinse il suo museo oltre la sola funzione conservativa ed espositiva promuovendo, al suo interno, anche attività laboratoriali e di ricerca: diversi furono infatti gli studiosi e i filosofi che lo frequentarono, fra i quali Giovan Battista Della Porta, Giuseppe Donzelli, Fabio Colonna, Marco Aurelio Severino, Nicola Antonio Stigliola e Tommaso Campanella.
Da Napoli a Lacedonia, in ideale viaggio di andata e ritorno, 458 anni la distanza.
Se oggi lasciamo spegnere le luci di una scuola, domani spegneremo anche quelle delle case intorno.
E’ brutale ma è la verità.
Da oltre un decennio molteplici studi socio-economici hanno scientificamente evidenziato come alla chiusura di presidi scolastici (imposta da “politiche di dimensionamento” molto discutibili), si accompagna l’inevitabile successivo spopolamento dei correlati centri abitati di piccole e medie dimensioni, con il graduale abbandono di quella parte di popolazione attiva nel mondo del lavoro e delle famiglie con figli in età scolare.
Una scuola che chiude è un circolo vizioso che innesca marginalità dei luoghi e fragilità delle comunità.
In un contesto geografico qual è Lacedonia, l’Alta Irpinia, le Aree Interne Campane, la nascita e il consolidamento di un presidio socio-culturale come il Museo Scolastico non può che rivitalizzare i legami scuola-territorio, rafforzando e valorizzando ancor più l’agire educativo di un Istituto Omnicomprensivo come il “De Sanctis” nel quale si entra da bambini per frequentare la Scuola dell’Infanzia e si esce maggiorenni dopo aver completato la Scuola Secondaria Superiore: una scuola per tutti, una scuola di tutti.
Il MuDApp intende agire secondo una logica a “sistema aperto”:
supporta il variegato mondo scolastico del “De Sanctis” offrendo nuove opportunità didattiche interdisciplinari e prevedendo una partecipazione attiva degli studenti nella gestione/conduzione di parte delle attività museali; si apre alla comunità locale raccontando la storia della scuola, stimolando e accogliendo la memoria individuale e collettiva dell’esperienza scolastica, divenendo polo culturale promotore d’iniziative; si vuol connettere operativamente con le altre realtà museali scolastiche del contesto regionale e nazionale anche al fine di elaborare progettualità educative, didattiche e culturali condivise; è aperto alla relazione con le Università ed i Centri di Ricerca impegnati nello studio e valorizzazione del patrimonio storico-educativo con il fine di contribuire al dibattito scientifico e cogliere ogni opportunità formativa e di aggiornamento utile; stipula partenariati e collaborazioni con Enti del Terzo Settore che operano in ambiti socioeducativi e culturali affini; accoglie docenti, educatori, ricercatori freelance interessati ad approfondire la conoscenza del suo patrimonio, così come tutte quelle donne e quegli uomini amanti del bello, della cultura e della meraviglia.
Scuole e Musei sono “servizi essenziali” per il benessere della comunità:
non possono, devono esistere.




